La voce di chi scrive

Le mie interviste a scrittori esordienti e non...
mercoledì, 24 ottobre 2007

Laura Pugno (2005)

10 DOMANDE A

LAURA PUGNO

A cura di Luca Artioli

 

 

Lei si chiama Laura Pugno, è romana, classe ’70, figlia della bellezza mediterranea. Segni particolari: artista a tutto tondo e talento spropositato.

Poetessa (“Tennis”, Nuova Magenta Editore, 2001), traduttrice di ottimo livello (per l’editore Fazi ha tradotto dall’inglese i romanzi di Gore Vidal “Le menzogne dell’impero e altre tristi verità” e “La fine della libertà”, oltre a  classici come “Ivanhoe” di W. Scott per la Biblioteca del quotidiano “Repubblica”; senza dimenticare le traduzioni dal francese di Beaussant e Dalrymple Elliott), saggista, ma soprattutto scrittrice di racconti. Il suo esordio, in questo ambito, inizia con una prova di grande impatto. Nel 2002 esce, infatti, “Sleepwalking” (Sironi Editore, Milano, Euro 11,40), un libro che lentamente la sta portando alla ribalta del panorama letterario (ed anche cinematografico) nazionale. Ma andiamola ad incontrare subito, per farci svelare immediatamente gli ultimi successi ottenuti con questa raccolta, proprio poche settimane fa.

 

1.      Ciao Laura. Innanzitutto, vorrei esordire facendoti subito i complimenti per il prestigioso premio che la commissione giudicatrice dell’Autumn Film Festival ti ha assegnato il premio “Scrivere Cinema” per la miglior sceneggiatura tratta dal tuo “Sleepwalking”. Direi che questo possa in qualche modo rappresentare un buonissimo trampolino di lancio verso qualcosa di ambizioso…

Spero che questo premio possa rappresentare un primo passo verso la realizzazione di un film tratto da “Sleepwalking”, ma avendo lavorato in una produzione cinematografica –la Cattleya – so quanto questo percorso sia difficile e accidentato. Quindi, pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà…

 

2.      Per chi non avesse letto il tuo libro, il filo conduttore dei tredici racconti in “Sleepwalking” è il mondo visionario, un mondo a più facce, fatto di persone, di coscienze e di semioscurità tipiche del contesto onirico. Racconti nei quali si chiede al lettore il compromesso di non ricercare necessariamente la piena logicità e consequenzialità degli eventi, ma piuttosto di cogliere il “precario” del pensiero narrante, la sua estemporaneità. Ognuno di essi, infatti, si esaurisce senza dare l’impressione di essere veramente terminato, proprio come accade nei sogni.

Parlaci a ruota libera di “Sleepwalking”, soprattutto della sua genesi, dell’idea che ti ha trascinata al centro di questo libro.

Sleepwalking è una raccolta di racconti fortemente unitaria, che tuttavia non nasce a priori da un’idea intesa in quanto “progetto”. La sua unità si svela al lettore strada facendo, così come si è svelata a me nel momento in cui, dai venti racconti che avevo a disposizione, tutti scritti tra il 1997 e il 2000, ho scelto i tredici che poi sarebbero confluiti nel libro. Nel comporre la raccolta ho messo in evidenza il tema latente del sonno e del sogno, ma con un procedimento che somiglia più al togliere materia da un blocco di marmo per farne emergere una statua, che non al cucire insieme un quilt.

 

3.      Anche i protagonisti dei tuoi racconti riescono a calarsi bene in queste atmosfere indefinite e suggestive. Ma chi sono veramente i “sonnambuli”?

Quasi tutti i protagonisti di Sleepwalking – con qualche eccezione, penso al Mattias di “Ghiaccio”, uno dei racconti centrali – hanno vent’anni e sperimentano l’instabilità del sé, l’alternarsi di chiarezza e ombre nella consapevolezza, e di converso la precarietà – al contempo apparente e reale – di un mondo che esiste come peso o come sostegno materiale e biologico, ma che deve anche, e necessariamente, essere oggetto di una decifrazione quotidiana basata su indizi, su segni dell’oggettività e della soggettività, propria e altrui. Senza quest’opera di decifrazione non si dà sopravvivenza.

 

4.      L’urgenza, ormai, di cercare nuove forme d’espressione ed una nuova sintassi, sembra aver spostato definitivamente l’obiettivo dello scrittore da “cosa” si vuole raccontare a “come” lo si vuole proporre al lettore. La “parola” assurge ad essere quindi il centro nevralgico assoluto della narrazione, si trova investita da una responsabilità che un tempo veniva scaricata sulla robustezza e sulla fluidità della trama. Almeno questa sembra la direzione verso la quale molti scrittori stanno andando. Cosa ne pensi?

In letteratura, se diamo a questa parola un’accezione valoriale, il cosa e il come coincidono da sempre, non c’è contenuto senza forma – si tratta di una dicotomia semplificatoria – e viceversa. Del resto, la forma non è solo parola/lingua e il contenuto non è solo trama. Per quanto riguarda i miei ultimi scritti, dopo aver lavorato a lungo nell’ambito del minimalismo o dell’antinarrazione, sto recuperando elementi della narrazione classica.

 

5.      Il tuo occhio è un occhio che si presta alla mano narrativa, seguendo sentieri indaganti, quasi trascendenti, in una sorta di riappropriazione dei sensi, fissando la realtà nell’esigenza espressiva di conferire corporeità a tutto ciò che lo circonda e lo sfama. Anche la poesia, del resto, è tesa agli stessi scopi, magari con tempi meno diluiti ed amplificati. Dunque, la commistione fra queste due differenti interpretazioni del linguaggio non è poi così distante ed improbabile…

Per me, in poesia, vale il dire “ciò che non fu mai detto d’alcuna”, come scrive Dante di Beatrice alla fine della Vita Nova, su Beatrice. Per tutto il resto la prosa è uno strumento ricchissimo.

 

6.      La tazza di latte sul tavolo / il ghiaccio che porti: è la stagione / più esatta, è d’argilla / e le mandorle sono un indizio / di te…

Laura è anche un’ottima poetessa, questa breve strofa ci rivela un’attenzione particolare nella ricerca del linguaggio, incline alle assonanze e ad una disseminazione fonica tesa alla fissazione psichica degli oggetti descritti. Mi piace definirla poesia dei “cinque sensi”, perché è tangibile, è vivibile.

Credi, dunque, che la poesia sia soprattutto “esperienza”?

La poesia novecentesca e postnovecentesca, o almeno parte di essa, cerca di essere al contempo l’esperienza di cui parla e il racconto dell’esperienza stessa, proprio perché non esiste un’altra lingua per descriverla. Nel mio lavoro, l’esperienza è contemporaneamente pensiero e corpo, un corpo consapevole che sperimenta forme di conoscenza.

 

7.      La tua raccolta di poesie è intitolata “Tennis” ed è il frutto di un lavoro a quattro mani insieme allo scrittore Giulio Mozzi, l’attuale curatore della collana “Indicativopresente” per l’Editore Sironi (la stessa di “Sleepwalking”, N.d.R.). La vostra conoscenza è una conoscenza di lunga data, se non sbaglio, parlaci della vostra collaborazione e di quanto questa possa essere importante in un ambiente come quello letterario.

La mia amicizia con Giulio Mozzi nasce da un identico investimento sulla scrittura. Tra me e lui ci sono dieci anni di differenza, e forti divergenze di carattere e di visione, ma questo investimento ha una natura comune. “Tennis” racconta questa storia.

 

8.      In un ‘intervista rilasciata un paio di anni fa, Milan Kundera, alla domanda di un giornalista che chiedeva il segreto del suo improvviso -quanto tardivo- successo italiano (grazie al romanzo “L’ignoranza” N.d.R.), rispondeva: “In tutti questi anni non ho mai modificato il mio modo di scrivere, tanto più in quest’ultimo libro. Ho cambiato solamente la mia traduttrice…”

L’esempio di Kundera dovrebbe far riflettere, dovrebbe farci capire quanto la lingua di un libro straniero possa essere malleabile e soggetta alle scelte stilistiche del suo traduttore. Molto spesso la categoria dei traduttori viene snobbata o quantomeno non considerata dal pubblico o dalla stampa come invece meriterebbe. Fondamentalmente è il nostro filtro prima della lettura, a lui dobbiamo spesso quell’impronta e quel valore aggiunto in grado di trasformare anche un semplice romanzo in un grande successo. Tu, che sei anche traduttrice cosa ne pensi? Quanto ritieni possa incidere il lavoro del traduttore sul prodotto finale?

Sicuramente molto, anche se credo che il desiderio di “dare valore aggiunto” a un testo presenti più pericoli che opportunità per il traduttore. (Quella del successo è una faccenda complicata, legata a meccanismi di visibilità editoriale e distributiva). Detto questo, il mestiere del traduttore, com’è noto, in Italia non gode ancora della considerazione che merita. È come se il lavoro di mediazione linguistica che porta un libro da una lingua a un’altra letteralmente non venisse percepito, venisse attribuito a una mano invisibile alla Adam Smith, invece di essere apprezzato come opera di una persona singola con le sue capacità, il suo bagaglio di strumenti e di culture, e naturalmente anche i suoi limiti. Il lavoro di un traduttore rende un’opera disponibile per tutti coloro che non conoscono la lingua in cui è stata scritta. A contrario, se questo lavoro non viene compiuto l’opera resta letteralmente indisponibile. Per buona parte del mondo, è come se non fosse mai stata scritta, o fosse andata perduta. Se ci si ferma a pensarci, è qualcosa di enorme.

.

9.      Non trovi, quindi, che un bravo traduttore dovrebbe essere necessariamente prima un buon scrittore, cioè una persona in grado di approcciarsi al testo conoscendo bene le finissime “armi dell’artigianato” letterario, perché già abituato ad utilizzarle per sé?

Se lo scrittore è una ricevente-trasmittente, così è anche il traduttore, solo che riceve l’opera già fatta….

 

10.  Traduzioni, poesie, racconti … a quando un romanzo?

Molto presto.

 

Laura Pugno ha vissuto a Roma, Londra e Parigi. Si è laureata in Scienze politiche e in Lettere ed ha un Master letterario dell’Università di Oxford.

Per diversi anni ha lavorato nelle redazioni di case editrici, riviste e siti web, soprattutto di cinema.

È stata lettrice di sceneggiature, consulente Rai sul progetto Railibro e collabora con la Cronaca di Roma di “Repubblica”.

Oggi è addetto culturale del Ministero degli Esteri.

Sito internet ufficiale: www.laurapugno.it

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domenica, 22 luglio 2007

Alessandro Salas... oggi.

Dopo un roboante e sconcertante viaggio a San Cristobal... il buon Alessandro è tornato in Italia ed ha trovato spazio nella squadra di Perrone Editore, con la sua ultimissima antologia di racconti, intitolata "SCHIZOAMORE".
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domenica, 22 luglio 2007

Alessandro Salas

10 DOMANDE A

        ALESSANDRO SALAS
            
a cura di Luca Artioli

 

Signori, la stampa ne parla un gran bene, penne note della cultura e dello spettacolo spendono parole di elogio per il suo romanzo d’esordio… potevamo forse farcelo scappare?

Lui è Alessandro Salas, nato trent’anni fa ad Agrigento, attualmente residente a Roma.

A chi gli chiede per quale pubblico sia consigliato il suo libro risponde simpaticamente: “a tutti, ho l’affitto da pagare…”.

Con il suo “Nella terra di nessuno c’erano tutti” (Avagliano Editore, pagg.228, Euro 13,00) traccia la scia per un tipo di narrativa di difficile collocazione letteraria: non siamo infatti di fronte ad un thriller o ad un romanzo storico o rosa, bensì ad un’avventura picaresca dai contorni fumettistici, pullulante di personaggi strambi ed avvincenti, capaci di esaltare la creatività e la fantasia di cui l’autore si mostra ricco.

La trama si snoda fra le strade di una città iperbolica e surreale, soffocata dall'umidità, dove i due improbabili protagonisti, Daemon e Christo (un pazzo con la fissazione del bungee-jumping, e un giovane senza fissa dimora) s'incontrano per caso e intraprendono un viaggio attraverso un sottomondo metropolitano affollato da vescovi prestigiatori, nani, mafiosi, danzatrici rabdomanti, creature deformi, angeli dalle ali mozze. Tra salti nel vuoto, botte da orbi, esplosioni e incontri sorprendenti, i nostri eroi si troveranno loro malgrado incaricati di una missione apparentemente semplice: riportare a casa Mamma Lontano, un donnone informe, mitico personaggio della comunità dei diseredati, anziana levatrice che li ha fatti nascere tutti, accogliendoli nel mondo con il suo calore e mitigando, anche se per poco, le fatiche di un'esistenza ai margini.

Ma non sveliamo tutto quanto, andiamo piuttosto a conoscere un po’ meglio il nostro autore.

 

1.      Ciao Alessandro, come spesso accade in questi casi, voglio rompere il ghiaccio facendoti un paio di domande di rito: perché questo titolo e perché l’utilizzo di una copertina simpaticamente “irriverente”?

 - Beh, potrei inventarmi molte spiegazioni intelligenti e cariche di sottintesi per titolo e copertina, la verità è invece che sono le uniche due cose che non ho stabilito io. Sia chiaro, sono contento di entrambi, ma non posso attribuirmene la paternità. Il titolo lo devo a Paola Gaglianone, mia editor e angelo custode letterario, che lo ha tirato fuori dal cappello in zona cesarini dopo mesi che non riuscivo a tirare fuori un titolo decente. L’idea della copertina è invece di Nino Florenzano, poi aggiustata su mia indicazione. Quanto alle motivazioni, diciamo che sono due elementi che connotano emotivamente la storia, invece che spiegarla, cosa che trovo molto giusta.

 

2.      Molti dei tuoi personaggi hanno un nome che si rifà a qualcosa di religioso, di mistico: Christo, Daemon, il Vescovo, ecc. Cosa ha influito su questa tua scelta?

 - Noi italiani siamo imbevuti di cultura cattolica, siamo nati e cresciuti con con la preghierina la sera  e il crocifisso nelle aule di scuola non ci ha mai fatto alcuna impressione. Per quanto mi riguarda quindi, mi è sembrato naturale inserire in questo mondo stravolto ma per me molto reale anche elementi che attenessero alla sfera religiosa. Devo ammettere che molte scelte e molti personaggi, nome compreso, sono venuti fuori autonomamente, senza troppo pensarci su, come del resto la maggior parte della storia. Per esempio, per quanto possa sembrare strano, mi sono accorto solo più tardi che i nomi dei due protagonisti erano antitetici ed entrambi avevano a che fare con la religione. In effetti cercavo nomi che non fossero troppo italiani, ma che non appartenessero del tutto a un’altra cultura - cose tipo John o Aaron - e sono saltati fuori questi. Ammetto che per gran parte del libro mi sono affidato all’inconscio.

 

3.      Christo ha un segreto che porta dentro di sé, la chiama “bestia” e simboleggia il suo istinto primordiale alla sopravvivenza, una forza brutale che se ne spunta proprio nel momento del bisogno più estremo. Alessandro Salas, la sua “bestia”, la sua forza per sopravvivere al mondo, l’ha trovata nella scrittura?

 - Premetto che a me non piace fare metafore. Non mi piace – e, credo, non sono capace – a dire qualcosa per simboleggiare qualcos’altro. La Bestia è un’invenzione con i piedi molto per terra, un dono, una specie di superpotere che tutti vorremmo avere, come la vista a raggi-x o l’invisibilità. E’ anche, molto più prosaicamente, l’aggressività repressa che si nasconde dentro la maggior parte delle persone miti (per quanto non mi sia ancora laureato, ho pur sempre alle spalle ventiquattro esami di psicologia, e questo incide, naturalmente).

Per dire la verità io la mia Bestia non l’ho trovata nella scrittura. Non sono uno di quelli che scrive per sfogarsi, o per mettere fuori cose che altrimenti rimarrebbero sepolte. Io scrivo quando sto bene, quando sono felice, è allora che si scatena la fantasia nel modo più pulito e divertente. La Bestia di Christo è in realtà un problema, adattivo sotto alcuni aspetti, ma pur sempre un problema, qualcosa che va metabolizzato. Non a caso alla fine… no, niente, lascio la suspence che è meglio.

 

4.      Diciamocelo, la CITTA’, come anonimamente viene soprannominato il teatro delle vicende di Daemon e Christo, richiama molto Roma. La richiama nella sua veste cosmopolita, nelle sue dimensioni stordenti, nella sua faccia più caotica. Sbaglio?

 - Naturalmente non sbagli. Vivo a Roma da ventisette anni, e ho imparato ad amarla e ad odiarla cordialmente. Come teatro di questa vicenda non potevo far altro che ispirarmi a Lei, chiaramente nei suoi aspetti più lunari e suburbani. Ho preso tutto quello che fa di Roma una città caotica, assordante e invivibile, l’ho messo in un frullatore, l’ho imbottito di anabolizzanti ed è venuta fuori la Città. Ho dovuto dimenticarmi di Castel Sant’Angelo e Trastevere le sere di giugno, o dell’aria rassicurante che hanno la maggior parte dei quartieri periferici che tanto amo. La Città invece è grigia e poco rassicurante, fredda, sporca. L’ho immaginata più grande di Los Angeles e totalmente spersonalizzante. Un’operazione letteraria, come si dice.

 

5.      In un tuo divertente racconto, scritto circa un paio di anni fa, dici: “Roma è troppo grande, se la guardi dal basso. Roma fa paura e schifo, se negli occhi conservi troppe immagini familiari, troppo mare, troppi odori. Roma è un'altra cosa. Roma ti devi spalmare come burro su una fetta biscottata per raccapezzartici.” Come vivi i ritmi frenetici di una città come Roma, con la sua capacità di renderti anonimo puntino in un carnaio schiamazzante, di essere così spersonalizzante rispetto, ad esempio, alla tua Agrigento?

 - Come dicevo prima, vivo a Roma da ventisette anni. Quindi teoricamente sarei più romano che siciliano. Eppure a volte guardo Roma ancora con gli occhi dell’emigrato. Quel racconto parlava appunto di un emigrato siciliano che poi è impazzito. E’ una storia vera, non l’ho inventata io. La caoticità di Roma a me personalmente piace. Mi piace essere un puntino anonimo in mezzo alla strada. La spersonalizzazione in una grande città ha i suoi vantaggi in termini di senso di libertà, di aria che respiri, per così dire. Forse sono troppo abituato, ma non riuscirei a vivere in una città molto più piccola di Roma. Per sentirmi rassicurato ho Agrigento, mia prima casa e primo amore. Ci vado tutte le estati, ci sto quanto più tempo possibile e tanto mi basta.

 

6.      Alidicarta è un sito prettamente costituito da giovani, che magari (ce lo auguriamo di cuore) un giorno o l’altro troveranno l’editore giusto, quello capace di credere in loro. Raccontaci intanto qual è stata la tua esperienza con Avagliano Editore

 - Sono arrivato alla Avagliano per caso, dopo aver ricevuto per qualche anno gentili rifiuti da molte case editrici. Tu stesso hai definito il libro “di difficile collocazione letteraria” e in effetti è quello che hanno pensato quasi tutte le case editrici che ho contattato. La Avagliano era in un momento di transizione in cui voleva modernizzare la propria linea, il libro è piaciuto ad Andrea Di Consoli, il direttore editoriale e ha deciso di pubblicarlo senza troppi timori. Nei mesi precedenti alla pubblicazione ho fatto un grosso lavoro di editing, come viene chiamata la messa a punto finale del libro, con la succitata Paola Gaglianone e di correzione di bozze. Quindi si può dire che l’ultimo tratto del percorso sia stato tutto in discesa, mentre invece tutta la parte precedente una sequela di frustrazioni. E’ ovvio che bisogna presentarsi alla casa editrice con un prodotto finito. Ho visto molti ragazzi con buone capacità di scrittura spedire alle case editrici due o tre racconti per dare un saggio delle proprie capacità e poi aspettarsi di essere chiamati. Questo non succederà mai, o quasi mai. Poi se il prodotto è “di difficile collocazione letteraria” - il che non è necessariamente un male e anzi può essere un pregio - bisogna però aspettarsi molti rifiuti, proprio perché l’editore non ha una collana all’interno del quale pubblicarlo.

 

7.      Come dicevo in apertura, “Nella terra di nessuno c’erano tutti” è stato recensito positivamente da diversi giornali e riviste nazionali (Il Corriere della sera su tutti, ma anche il Mattino, Dipiù…). Giornalisti e critici come Cesare Lanza, Sandro Mayer, Giampiero Cinque ecc. parlano di te con entusiasmo. Sei d’accordo però, che la critica oggi serva più a vendere nelle librerie, piuttosto che fornire all’autore gli spunti necessari per migliorarsi?

 - Sono più che d’accordo. Oggi la critica non esiste più, e questo per vari motivi: sia perché i giornali danno poco spazio ai libri sia perché è aumentata l’offerta. Se si dovesse fare una critica seria di tutto quello che esce in libreria servirebbe un allegato al quotidiano grosso come L’Espresso. Così va a finire che un trafiletto su un giornale serva a dare visibilità al libro piuttosto che a fornirne una critica ragionata. Le critiche costruttive cominciano ad arrivare dopo che hai venduto centomila copie, in genere. Che non è esattamente il mio caso, diciamo.

 

8.      Quando si scrive un romanzo, l’autore raggiunge spesso un compromesso tra finzione e realtà, mentre il lettore deve in qualche modo sottostare a questo gioco per viverne la trama fino in fondo. Quale compromesso richiedi ad un lettore che si avvicina per la prima volta al tuo libro?

 - Lo stesso che si chiede ai bambini quando gli si racconta una favola: fidarsi, lasciarsi portare dalla storia e non obiettare che una casa con i muri di marzapane ammuffisce in una settimana. Il mio sforzo è stato quello di rendere credibili tutte le cose assurde che succedono nella storia, ma è ovvio che il lettore deve stare al gioco, altrimenti non ci capiamo.

 

9.      Nella terra di nessuno c’erano tutti” si presterebbe molto bene ad una trasposizione fumettistica. Sta già ruotando qualche progetto sui generis attorno al romanzo?

 - Per adesso sono ancora impegnato a farlo circolare. La dura vita dello scrittore in erba prevede presentazioni fin quando se ne possono fare. Poi, se le cose vanno bene, chissà. Ho un bravissimo amico fumettista che aspetta solo un editore che creda all’idea della trasposizione. Potrebbe venirne fuori una bella cosa.

 

10.  E chiudiamo con la classica domanda per eccellenza: hai in cantiere un nuovo libro?

- Forse. Vorrei evitare di fare il classico libro di quello che deve scrivere il secondo libro. Vorrei che nascesse un po’ da solo come è nato questo, perché credo che le storie che nascono di propria volontà posseggano una forza e una freschezza che i libri molto pensati e costruiti non hanno. Datemi pure del naif, se volete…

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sabato, 09 giugno 2007

Flavio Soriga oggi...

Nel 2006, Flavio Soriga è comparso nell'antologia "The Dark Side" (Einaudi), insieme ad altri autori gialli come:

Eraldo Baldini
Carlo Lucarelli
James Crumley
Giovanni Arduino
Jeffery W. Deaver
Piero Colaprico
James Grady
Giancarlo De Cataldo
James W. Hall
Stephen King
Giampiero Rigosi
Ed McBain 
Ian Rankin
Simona Vinci
Robert Silverberg
Wu Ming
F. X. Toole

Nel 2007, invece, è stato uno dei collaboratori dello staff artistico nel programma televisivo "Apocalipse Show", di Gianfranco Funari, su RAIUNO.

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sabato, 09 giugno 2007

La mia prima intervista: Flavio Soriga (anno 2003)

IL “CANTASTORIE” SBARCATO A MANTOVA
 
È stata la rivelazione dell’edizione 2003 di Scritture Giovani all’ultimo Festivaletteratura. Di lui si parla un gran bene e, nonostante l’età, ha dimostrato di possedere già tutte le qualità per avere successo nel mondo della scrittura. Dopo averlo avvicinato durante la kermesse tanto popolare, sono riuscito a strappargli la promessa di un’intervista.

Si chiama FLAVIO SORIGA, è nato ad Uta, un piccolo paese in provincia di Cagliari, nel 1975. Ha vissuto gli ultimi anni tra Napoli, Bologna e Londra. Ha studiato giornalismo e tecniche dei media, collabora a diversi giornali e riviste. Con il romanzo Diavoli di Nuraiò ha vinto l’edizione 2000 del Premio Italo Calvino.
Nel 2002 ha pubblicato il suo secondo romanzo Neropioggia.
 
 
D: Ciao Flavio. So che non sei un grande amante delle interviste, ma sono curioso di conoscerti meglio, permettendo anche a tutti gli amici di Alidicarta di condividere la scoperta di un nuovo e precoce talento della letteratura italiana come te. Sinceramente non saprei da dove iniziare, ma trovo che sia di rito cominciare proprio dalla tua ultima “fatica”. Neropioggia è un noir, “una storia di colpe e di rimorsi raccontata con una prosa incisiva e con i ritmi vibranti di una ballata di De André”. I suoi personaggi sono accomunati dal desiderio logorante di evadere dalla propria precaria condizione umana, protesi verso un sogno di libertà, capace di sottrarli da quell’uovo prossemico, autocostruito per difendersi dai fardelli della vita. Inevitabilmente, però, si vedono soffocare davanti agli incubi ed alle incertezze della loro esistenza, finendo per essere causa e vittima della propria sconfitta. È con pietas cristiana o con cinico realismo che Soriga guarda lo struggersi delle sue creature, per dipingerne un quadro psicologico così perfetto?
 
R: Posso dirti che il tentativo era quello di raccontare quel che conosco, e vedo: gente che vive e soffre, come tutti, forse un po’ di più degli altri perché isolana, isolata, in un piccolo paese di un’isola secondaria per dieci mesi l’anno. Pietas o cinismo forse c’entrano, forse no. Quel che conta sono gli occhi per vedere, la penna per far rivivere, rendere vero quello che non è, ma potrebbe essere.
 
 
D: Quanto c’è di Flavio Soriga in questi personaggi?
 
R: In ogni personaggio, di ogni libro mai pubblicato, c’è tutto l’autore, e niente di autobiografico. Le due cose allo stesso tempo.

 
D: Anche nel tuo primo romanzo I Diavoli di Nuraiò, edito con successo dalla casa editrice nuorese Il Maestrale, abbracci gli occhi, i cuori e gli odori della terra sarda e del suo popolo. Ad un’intervista rilasciata a Cristiano Bandini, spieghi che la Sardegna sconta innumerevoli ritardi in innumerevoli settori, ma è contemporaneamente una vera e propria miniera di storie. Non mi preoccupa il fatto di legare le mie trame a questa isola: il particolare può rendere l’universo. Ci spieghi come l’occhio di Soriga-scrittore, riesce a cogliere questi universi, generalmente resi invisibili all’occhio di Soriga-uomo dal tran tran quotidiano?
 
R: Se lo scrittore si lascia sbiadire quel che vede dal tran-tran quotidiano, è perso. Il quotidiano è normale per tutti, tranne i poeti e i cantanti e gli scrittori, che intravedono l’eccezionale, almeno il possibile eccezionale.
 
 
D: Intriso da forte vena ritmica ed espresso in una lingua parlata dove viene ridotta spesso a pleonastica la funzione della punteggiatura, il tuo stile si presta ad essere un modo tutto sommato nuovo di fare narrativa, con cadenze quasi musicali. Anche nel reading di Scritture Giovani 2003, in Piazza San Leonardo, si è potuto notare questo peculiare incedere nella lettura dei tuoi testi. La musica è quindi per Soriga una componente importante nella personale interpretazione della scrittura?
 
R: La musica, il ritmo, la musicalità, sono l’obbiettivo, la meta. Per arrivarci bisogna faticare, divertirsi, riscrivere, vivere e soffrire e godere coi personaggi. Ascoltare tutto, il ritmo degli altri, Capossela e DeAndré, Tom Waits e Miles Davis, copiare e inventare, cavalcare come un fantino la vita che corre. Non ho inventato niente, però: vedi Kerouac, Atzeni, Soriano…
 
 
 
D:  Un grande autore contemporaneo americano, Don DeLillo, afferma: “Scrivere è una forma di libertà personale. Ci libera dall’identità di massa che vediamo crescere intorno a noi. Da ultimo, gli scrittori scriveranno non per essere gli eroi fuorilegge di qualche sottocultura, ma principalmente per salvare se stessi, per sopravvivere come individui.”
Senti di condividere il pensiero di DeLillo o radichi in qualcos’altro il movente da cui è scaturita la tua necessità di esprimerti nella scrittura?
 
R: Scrivere è divertente, necessario, masturbatoria consolazione per quel che non si può vivere, esaltazione del palato nella scelta degli aggettivi, reinvenzione dei mondi, parto di figure possibili: basta? La scrittura è vita e politica, divertimento ed evasione, quando è fatta bene. Può essere anche noia e fatica, dipende da te e dai lettori, credo.
 
 
 
D:  Il sito di Alidicarta è aperto a qualsiasi forma di espressione letteraria: racconti, recensioni, ma soprattutto poesie. Flavio Soriga ha mai fissato le proprie emozioni tra i versi di qualche strofa?
 
R: Come tutti. Ma la poesia è un po’ fuorimoda, ultimamente. O forse no, ha solo preso vie diverse dai versi pubblicati in sofisticati volumi, incisa in vinile con musica che l’accompagna, con cantautori a far rime invece che versi.
 
 
D:  Nel 2000, con I Diavoli di Nuraiò, hai vinto l’ambito Premio Italo Calvino per autori esordienti. L’hai definito il momento topico, il punto di non ritorno, dopo del quale hai capito che scrivere sarebbe diventata una cosa da fare sul serio. Molti degli autori di Alidicarta vorrebbero vedere i propri sforzi premiati da una pubblicazione, ma la veemenza della spinta passionale per la scrittura viene spesso stemperata dalla frustrante difficoltà nel trovare un editore disposto ad investire su giovani talenti. Quali sono state le motivazioni che ti hanno aiutato negli anni precedenti all’arrivo del successo?
 
R: Sinceramente: sono stato fortunato, dall’inizio. Non ho praticamente fatto anni di attesa, di gavetta, ho subito vinto il Calvino, quelle erano le prime cose che scrivevo con un po’ di serietà, me le hanno pubblicate, hanno venduto molto. Non so, ogni giorno ringrazio il Cielo, la Sorte, quel che vuoi. Come consiglio, di nuovo: divertirsi mentre si scrive, scrivere dopo aver sofferto almeno un po’, vivere tutto con forza, cercare storie senza sperare d’inventare niente.
 
 
D:  È stato un anno denso di appuntamenti per te, diviso tra un Festival e l’altro, in giro per l’Europa a promuovere un’iniziativa interessante come quella di Scritture Giovani 2003. Immagino che il tempo libero sia stato davvero rosicato, ma sono altrettanto sicuro che Flavio Soriga stia già pensando al prossimo libro… puoi accennarci qualcosa?
 
R: Raccontare un libro è come parlare delle proprie gesta erotiche: ineducato, inutile, rovinoso per la fantasia. E poi una storia raccontata si asciuga, appassisce, perde forza e toglie curiosità ed eccitazione a chi la sta scrivendo. Posso dirti che ci saranno un professore e una studentessa bella e introversa, un paio di bombe che scoppiano e un’isola bellissima. Indovina quale. (Ma poi magari tra due mesi è cambiato tutto).
 
 
Visitate il suo sito internet ufficiale
 
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Sono me stesso quando meno me lo aspetto. Nel resto del tempo, scrivo (oltre, purtroppo, a lavorare). Curo rubriche per scrittori esordienti su siti a carattere letterario dal 2001. Non sapete cosa fare? Date un'occhiata anche al mio sito internet ufficiale... www.lucaartioli.it


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